Er core de noantri. Duetto romanesco

 12,90

Il dialogo che Maddalena Capalbi, Marilena, e Massimo Moraldi, Cosimo, conducono, attraverso poesie e sonetti, racconta della sospensione della razionalità nel momento dell’innamoramento: follia e perdita di contatto con la realtà quotidiana, quando tutto ci appare trasformato. Nelle successive pagine il dialogo si trasforma in un doppio monologo, che ci porta caracollando sui crinali dei loro pensieri, lungo l’orizzonte della città, in una riflessione sui momenti successivi all’incontro e sul sentimento della mancanza.
Tutto questo è anche, naturalmente, metafora del trasporto amoroso che entrambi, e non da soli, condividono per Roma.

Prefazione di Roberto Ciavarro
Postfazione di Paola Zan

 

 

Descrizione

[…] Questa nuova silloge è tutta da scoprire. Un tuffo nella romanità. Ci accompagnerà, poesia per poesia, in un mondo dal profumo antico e persistente di usi, costumi, sensazioni e sentimenti.
Moraldi scrive in un romanesco più vicino allo stile di Giuseppe Gioachino Belli e nella tradizionale forma del sonetto, il “vestito buono” che all’ombra del Colosseo la letteratura fa indossare alla creatura di Jacopo da Lentini. Giuseppe Gioachino Belli è il grande poeta protagonista della storia di Roma, come successivamente sono stati Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Cesare Pascarella e Gigi Zanazzo. Il Belli scrive in un romanesco schietto, il romano del popolo. È un po’ oracolo, ispiratore ma anche consolatore. E mentre Massimo Moraldi segue lo stile del sonetto che ben si lega nel dialogo amoroso, Maddalena Capalbi usa il verso libero, che non soggiace a rigide regole di rima e di metrica, ma è (comunque) sempre dettato da istanze autentiche e passionali. E a questo
punto ogni autore ha bisogno di una pagina per sé. Il dialogo è sostituito dal monologo con sé stessi. Affiora anche un certo romanticismo nei dialoghi, ispirato alla presenza sulla scena letteraria italiana di Carlo Porta, che pone il vernacolo come protagonista nella poesia popolare. Per Carlo Porta l’uso del dialetto è suggerito da un bisogno di immediatezza e autenticità. Il Belli, che conosce la poesia dialettale del grande meneghino nel suo soggiorno milanese del 1827 e ne fa un percorso poetico personalissimo e profondo, è forse più crudo e si lega a nuovi ideali di vita.
Si rende necessaria un’ulteriore riflessione, rimanendo nella romanità che pervade questo libro, evocatami in Er mercato de San Saba. I richiami, le voci che sembra quasi di sentire, fanno riaffiorare il ricordo di dialoghi amorosi che si intrecciano con la quotidianità; si coglie una nota folkloristica, che connota nettamente l’ambiente variegato, affollato e operoso dei mercati di
un tempo.
Quotidianità e amore, dunque. Con il componimento Er barattolo si può dire che si completa il quadro: nell’apparente insignificanza di un semplice oggetto di uso comune è espresso in pieno il sentimento amoroso apertamente dichiarato in quest’opera. Per ciascuno. Per tutti. E per la città di Roma.

Dalla prefazione di Roberto Ciavarro

 

 

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