L’Architetto di Comunità per la Giustizia Riparativa e la Coesione Sociale

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Parlare di Giustizia Riparativa e delle figure professionali La Mediazione Dialogica che sono chiamate a lavorare in questo paradigma porta con sé ancora molti interrogativi. In questa sede gli autori riflettono su come generare una convergenza teorica, metodologica e operativa tra chi, a vario titolo, progetta, eroga e promuove interventi riparativi. Pertanto, l’operazione che gli autori compiono con questo scritto è di tracciare una filiera che tenga in considerazione l’esigenza sia di disporre di una definizione condivisa degli elementi che connotano la Giustizia Riparativa, sia di esplicitare i riferimenti tali da consentire, organizzare e sviluppare – in modo pragmatico – le prassi d’intervento.

La proposta è che i professionisti possano usare specifiche competenze e strumenti, diventando Architetti di Comunità e considerando tutti coloro che sono coinvolti nella gestione di servizi (pubblici o del terzo settore) che operano secondo l’impostazione di questo peculiare paradigma di giustizia. Le risposte agli interrogativi posti nella prima parte del testo diventano, nella seconda, il fondamento di una modalità di lavoro – i “Gruppi dialogici per la Giustizia Riparativa” – che coinvolge autori di reato nel processo di riparazione, secondo il riferimento alla promozione della responsabilità e coesione della Comunità.

Descrizione

Prefazione

Prendiamo fiato e tuffiamoci in un testo letterario del primi del Novecento: Il vagabondo delle stelle, di Jack London. Ci collochiamo nel momento in cui dal manoscritto di Darrell Standing, protagonista della storia, prigioniero in California e condannato a morte, si legge quanto segue:

Io non posso morire, sono immortale come lo sono loro.
La differenza è che io ne ho coscienza ed essi lo ignorano.

Lo spunto che questa citazione ci offre – in termini metaforici – si colloca su due piani. Il primo (Io non posso morire, sono immortale come lo sono loro) ha a che fare con il tema della Giustizia Riparativa (antinomica alla Giustizia Sanzionatoria e dunque al tema della pena di morte). L’antinomia tra le “due Giustizie” consiste che, se la Sanzionatoria lavora in termini di sanzione (e dunque il focus sta nella violazione della norma), la Riparativa, pur non trascurando la violazione della norma, opera in termini di costruzione e ri-costruzione di una regola comune alle parti “in gioco” (e dunque, in questo caso, il focus sta rispetto alle interazioni, e le loro regole, che insistono tra i membri della specie umana). Potremmo quindi dire che il lavoro sulle interazioni – e dunque la prospettiva della Giustizia Riparativa – è ciò che può ambire all’immortalità, cioè alla conservazione della specie umana. In aggiunta a questo, e passando al secondo piano della citazione (La differenza è che io ne ho coscienza ed essi lo ignorano) si tratta di chiederci: come facciamo ad “avere coscienza” e dunque non ignorare il tema della Giustizia Riparativa?
Grazie al lavoro di ricerca e applicazione condotto all’interno del Master in “Mediazione e Giustizia Riparativa” dell’Università di Padova, in questo testo – e per la prima volta nella letteratura di settore – si propone il profilo di un ruolo operativo nell’ambito citato, denominato Architetto di Comunità. L’idea si fonda sulla necessità – teorica, metodologica e applicativa – di concepire, formalizzare e formare le competenze che possano consentire di (1) promuovere il paradigma di Giustizia Riparativa e (2) progettare ed erogare servizi e interventi che si collochino nel medesimo paradigma.
Pertanto, nella prima parte del testo, ci si occuperà della Giustizia Riparativa e descriverà l’Architetto di Comunità; nella seconda, si rappresenterà una proposta di lavoro, replicabile e applicabile, rivolta a cittadini che hanno violato la norma (autori di reato) e che sono in carico agli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna (chiamati, da ora in poi, UEPE). Il tutto progettato ed erogato secondo il riferimento all’Architetto di Comunità. L’intento, infatti, è che si mostri, come il tema del presente contributo, possa risultare immediatamente foriero di modalità di intervento e di fruizione per occasioni di applicazione. È per questo che, oltre alla riflessione teorica e alla descrizione del profilo di ruolo di Architetto di Comunità, il lettore potrà apprezzare come la proposta di lavoro che si avanza, assuma valenza di format, denominato “Gruppi dialogici per la Giustizia Riparativa”, per la gestione di gruppi di autori di reato in misura alternativa alla detenzione. Oltre a questo, si metterà in luce anche il carattere di trasversalità dell’applicazione della proposta a tutti quegli ambiti in cui si opera per la promozione della Coesione della Comunità.
Crediamo che, con questo scritto, si apra un filone di ricerca e operativo, che può farsi carico della conservazione della specie umana (l’immortalità cara al nostro Darrell Standing, condannato a morte) e per il quale si continuerà a lavorare. Da domani, che è oggi, ripartiremo da qui.
Buona lettura!

I curatori della collana La Mediazione Dialogica®
Gian Piero Turchi
Michele Romanelli

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