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By Vincenzo De Cunzolo

L’Orologio segna Tempo Perso

Terza raccolta di poesie firmate da Vincenzo De Cunzolo, dopo Suoni Rovesci e Versi Lucani (editi sempre da overview editore), con L’Orologio segna tempo perso Vincenzo si conferma un poeta degli degli affetti e delle sonore nostalgie, di quel mondo trattenuto dall’infanzia “…umile minuscolo tappeto di muschio…”, come lui stesso ama definire la sua terra lucana, si frappone quale ponte fra un passato ancora presente e un presente che confida nel futuro affrontando in questa terza raccolta temi nuovi, attuali, autentici, dolorosi. Un viaggio che tocca punte di eleganza emotiva: “Muto/ mi ritrovo lieve,/ dolore e amore dissolti…” e si compone di frammenti che provengono da echi lontani, da storiche memorie fondate su un contemporaneo disegno: “Nei giorni della vita/ il silenzio/ e tutto l’antico/ desidero/ per ripetere/ orizzonti infiniti/ in un granello/ di sabbia”.

Descrizione prodotto

Come scrive Chiara Zanellato nella sua prefazione, Vincenzo De Cunzolo il poeta degli affetti e delle sonore nostalgie, di quel mondo trattenuto dall’infanzia “…umile minuscolo tappeto di muschio…”, come lui stesso ama definire la sua terra lucana, si frappone quale ponte fra un passato ancora presente e un presente che confida nel futuro affrontando in questa terza raccolta temi nuovi, attuali, autentici, dolorosi. Un viaggio che tocca punte di eleganza emotiva: “Muto/ mi ritrovo lieve,/ dolore e amore dissolti…” e si compone di frammenti che provengono da echi lontani, da storiche memorie fondate su un contemporaneo disegno: “Nei giorni della vita/ il silenzio/ e tutto l’antico/ desidero/ per ripetere/ orizzonti infiniti/ in un granello/ di sabbia”.
I versi, le tematiche, che si svelano nelle pur brevi ma ricche composizioni, si accordano a note musicali ad antiche armonie rivissute, immagini trascinate, rivisitate, definite, summa di sensazioni che le parole traducono in visioni, in puro colore, in concitate emozioni, mai scontate: “Foglia/ di tiglio,/ i miei stivali/ trattieni/ nella stanza dell’amore,/ umile/ degna di sorriso/ amica rimani/ del mio corpo”, e ancora “Occhi di nuovo amore,/ costruzione geometrica./ Baci trasformano/ l’unico cerchio./ Gabriele,/ punta d’ala,/ accarezza la terra”. La “fragile terra” lucana, bacino di condensati ricordi, si accompagna ad una più matura e dilatata narrazione del mondo in cui, attraverso giochi allegorici e dissonanze, il poeta rivela il segreto canto della notte, la vitalità dell’acqua, il suono ambrato del dolore.
L’aria, l’acqua, la terra, il fuoco sono gli elementi che scandiscono il tempo in questa raccolta, attorno ad essi il poeta compone, senza sapere, tracce, malinconici incontri, ferite profonde (“Nutre,/ l’innocente soldato,/ la terra d’issòpo/ di familiari ricordi./ Polveri mortifere,/ elmi accatastati,/ libertà pericolo che suona”), che in questa animata narrazione di eventi trovano pace: “Filari di oleandri/ bianchi e rosa accolgono/ l’alba nuova./ Dal mare/ lungo la costa/ illumina la rotta./ Onde alte allontanano/ malinconie”. Le parole che danno voce alla poesia sono le stesse che ne definiscono i lineamenti e i colori, dando luogo alla costruzione di immagini in continua trasformazione in quanto frutto di elaborazioni personali. Pensieri che risuonano in poesie che si prestano ad una lettura “allungata”, che riesce a toccare e a riconoscere concretamente le cose narrate: “Il gelo in silenzio/ rivestì ogni minuscolo ramo,/ dolce nemico,/ la difese dalla fredda notte/ cadendo come zucchero/ nel buio argenteo./…”, “L’aurora rompe i sigilli/ della notte/ china in silenzio/ si apre al mistero/ della luce.”, “…Lontane dalle palme/ grezze vesti/ rovesciano radici./…”.

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Vincenzo De Cunzolo è nato in Lucania nel 1959. A Padova dal 1978, dove ha studiato (svolge l'attività di medico di medicina generale), potremmo affermare che De Cunzolo si trasforma quando scrive. A differenza della sua poesia, pudica e gelosa dei suoi significati, De Cunzolo è una persona molto estroversa. Sempre circondato da innumerevoli amici, con la sua casa costantemente aperta, la tavola imbandita per chi vuole favorire, il telefonino in continua fibrillazione, ammirato per la generosa levità del suo fare, del suo dire senza confini, senza limiti.