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aprile 2012

Il vuoto come opportunità

Dal catalogo della mostra I luoghi delle emozioni. Padova: progetti per sei aree, il testo di João Nunes, architetto paesaggista (PROAP, Lisbona).

Il vuoto come opportunità

Il tema della riconversione dei grandi spazi con funzioni o occupazioni che il tempo e le circostanze hanno reso obsolete è ricco e molto ricorrente per le metropoli Europee ed in generale per le città di ogni dimensione.
La sfida porta con sé problemi differenti, spesso messi in relazione con usi inquinanti, o suoli contaminati, che minacciano o impediscono la risoluzione del problema. La coscienza ambientale e la crescente urbanizzazione accoppiata con le mutazioni economiche, hanno reso la presenza di queste dirompenti infrastrutture di fatto inaccettabile per le stesse comunità che le hanno create.
Dal punto di vista urbano, senza considerare il grado di inquinamento e la possibilità di reversibilità, il problema è definito in termini di trovare un ruolo valido e contemporaneo per spazi che oggi, ripuliti dai loro usi originali, sono divorziati dai loro contesti a causa della dimensione, dell’impermeabilità, e degli elementi del tessuto contestuale. La loro riconversione, anche se difficile per circostanze e per assetti proprietari, è una priorità per le autorità locali.
Solitamente si seguono due percorsi principali: l’intervento privato o l’iniziativa pubblica. Il primo ha generato modelli di sviluppo centrati sull’immobiliare – residenze, commercio, uffici – con una massimizzazione del volume costruito. E’ la costruzione istantanea di pezzi di città, in cui lo spazio allocato per le aree pubbliche è generato dai parametri normativi del verde pubblico e servizi. Questo modello sempre più utilizzato, addirittura dominante, è oggi esaurito come soluzione infallibile per spazi di grande dimensione.
Il secondo, gestito dall’ente pubblico, ha intrinsecamente lo scopo di servire la comunità piuttosto che massimizzare il profitto. Come conseguenza, questa ipotesi consente di pensare nel lungo periodo, sui rapporti tra generazioni diverse, sulla costruzione di una eredità per le future generazioni, o in termini generali sulla valenza della creazione di migliori circostanze e condizioni di vita rispetto a quelle che abbiamo trovato in partenza.
I vuoti urbani, che sono spesso definiti così perché mancano di una delle diverse condizioni urbane, sono spazi essenziali nella città, spazi dove l’assenza di specifiche funzioni pragmatiche consentono l’implementazione di una enorme diversità di funzioni dal carattere temporaneo. Sono infatti spazi riservati alla materializzazione delle convinzioni delle future generazioni, e la celebrazione della qualità più rara dello spazio urbano, la reversibilità. Per contrasto, il vuoto celebra e conferma il carattere urbano da cui emerge la qualità essenziale della vita urbana: la densità.
Quando una città decide di destinare ad uso pubblico uno spazio urbano recuperato, di vaste dimensioni, il desiderio di realizzare un parco che occupi in forma permanente lo spazio rappresenta una volontà collettiva. Questo significa essenzialmente preservare una strategica riserva di spazio, terreno e suolo non costruito.
Crediamo che questa posizione dovrebbe costituire un punto di riferimento intenzionale di importanza innegabile per tutte le città che fronteggiano questo tipo di sfida, oltre che acquisire un significato storico specialmente nel contesto Europeo e Nord Americano.
La sfida è grande ed il suo messaggio determinante.

Il futuro delle città, tra rinnovo urbano e sostenibilità

Dal catalogo della mostra I luoghi delle emozioni. Padova: progetti per sei aree, il testo di Federico Della Puppa, docente IUAV.

Il futuro delle città, tra rinnovo urbano e sostenibilità
Dalle smart cities alle low cost cities alle smart communities: la città 2.0 motore dello sviluppo

Negli ultimi anni si è aperto un ampio dibattito sul consumo energetico e sulla necessità di intervenire per ridurre gli sprechi e promuovere uno sviluppo più sostenibile. La politica europea, traguardata sugli obiettivi di Europa 2020, pone la sostenibilità energetica alla base delle azioni di intervento, riqualificazione e sviluppo delle aree urbane. Il rinnovo urbano, la riqualificazione energetica e urbanistica delle nostre città, la rottamazione e il recupero edilizio, nonché la rigenerazione socioeconomica, sono strettamente legate alla capacità dei governi locali di impostare e programmare politiche, obiettivi e azioni coerenti, associate all’uso dell’innovazione tecnologica che permette di intervenire con soluzioni, prodotti e processi in grado di rispondere a queste esigenze.
La sfida sembrerebbe duplice, ma in realtà è molteplice. Il rinnovo urbano presuppone che non vi siano solo due interlocutori al tavolo – amministratori da un lato e imprese dall’altro – ma che le nuove città, le città rigenerate, le città del futuro, vengano costruite assieme ai cittadini e alle forze sociali ed economiche, per concorrere a definire uno sviluppo solido e solidale, condiviso e partecipato. E’ un passaggio non indifferente nella promozione di politiche di sostenibilità nelle città, perché amplia gli orizzonti di dialogo e di costruzione degli scenari di trasformazione, e chiede a tutti i soggetti di essere protagonisti di questo cambiamento, in particolare agli attori della filiera delle costruzioni.
Le città sono definite come “i motori dello sviluppo”. Ma i motori sono fatti di ingranaggi e consumano energia. In questo senso Europa 2020 ancora una volta ci pone di fronte ad una dicotomia: le città sono organismi energivori (problema) che rappresentano una grande opportunità nella sfida energetica, socioeconomica e ambientale (soluzione). Dobbiamo passare dunque dal problema alla soluzione. Ma come fare?
Smart cities, la trasformazione delle nostre città in “città intelligenti”, è la risposta più importante al momento in questo senso. Il punto di partenza è la sostenibilità delle soluzioni da adottare per risolvere le questioni legate allo sviluppo economico (competitività), alla mobilità (trasporti ma anche ICT), al miglioramento sociale (capitale umano), alla qualità della vita (servizi per cittadini e imprese), all’ambiente (risorse naturali e non rinnovabili), alla governance (partecipazione). Una città intelligente non è un progetto, ma un percorso, un processo che va avviato con il supporto delle tecnologie innovative, ed essendo un processo è fondamentale la governance, ovvero la costruzione di meccanismi di gestione in grado di ottimizzare il sistema di relazioni e servizi che una smart city deve e può offrire.
Ma una smart city deve essere in primo luogo una low cost city, una città a facile accesso, che non esclude ma che pone anzi l’inclusione sociale come uno dei punti cardine della propria offerta di urbanità, socialità, economia, cultura e servizi. Oggi l’approccio alla smart city è giocato quasi esclusivamente sotto il profilo tecnologico. Ma il vero approccio è il “2.0”, ovvero una forte interazione bidirezionale tra pubblico e privato, a tutti i livelli. Si tratta di promuovere politiche di smart communities, più che di smart cities. Molte città oggi dicono di essere pronte a questa sfida. Ma lo sono veramente? La risposta dipende dalle modalità di intervento, che non possono seguire vecchie e desuete procedure top down (“politiche 1.0”), ma innovativi approcci bottom up, (“politiche 2.0”), partendo dai territori, dalle città, ma anche dai piccoli comuni e dai cittadini, dai loro sogni e bisogni, perché la sostenibilità, l’inclusione sociale e l’efficienza sono esigenze diffuse e da diffondere, per il nostro futuro e quello dei nostri figli.